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Curare la pandemia

Questa mostra fotografica con contenuti sonori presenta nove ritratti di operatori sanitari con qualifiche ottenute all’estero, attivi nel sud della Francia durante la pandemia di Covid-19.
Attraverso un approccio di fotografia documentaria e interviste, il progetto esplora i loro percorsi migratori, il loro inserimento professionale e le condizioni di lavoro legate ai diversi status.
Dà voce alle loro esperienze durante la pandemia: la lotta contro un virus ancora poco conosciuto, le paure, i momenti di smarrimento, ma anche la resilienza, i successi e il riconoscimento del loro contributo essenziale.

- Il progetto combina fotografia documentaria, suono e ricerca sociale per mettere in luce le questioni legate alla migrazione, alla salute e alla visibilità.

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Curare la pandemia: ho scelto le mani

Un progetto fotografico su cura, migrazione e memoria durante il COVID-19

“Benedetti i momenti, i millimetri, le ombre delle piccole cose.” — Fernando Pessoa

Nato da una collaborazione con la sociologa Francesca Sirna (CNRS, Marsiglia), questo progetto fotografico esplora le esperienze vissute dal personale sanitario formato all’estero nel sud della Francia durante la pandemia di COVID-19.

Tra corridoi d’ospedale e spazi intimi, tra esilio e appartenenza, ogni storia si dispiega all’incrocio tra cura, migrazione e trasformazione personale.

Dove le parole non bastano, restano le immagini

Alcune storie resistono al linguaggio.

Durante le interviste, le voci portavano con sé memorie di sforzo, spostamento, resilienza—talvolta dolore. Non tutti i percorsi sono stati segnati dalla sofferenza, ma tutti portano il peso di scelte decisive: partire, formarsi, curare, ricominciare.

La fotografia entra dove le parole esitano.

Ogni incontro diventa un momento sospeso—breve, intenso—dove passato e presente coesistono, e dove l’emozione riaffiora attraverso gesti, silenzi e presenza.

Una fotografia dell’incontro

La mia pratica non inizia da un’immagine.

Inizia da un incontro.

La macchina fotografica non è uno strumento di cattura, ma di relazione: connette, protegge, crea distanza e permette la vicinanza. Guardando attraverso il mirino, mi sottraggo al rumore del mondo.

Emergono altri ritmi.

Una fiducia fragile.

La fotografia è, prima di tutto, un atto di attenzione e cura.

Oggetti, tracce e ciò che resta

Le fotografie sono state realizzate nelle case, negli ospedali e nei luoghi significativi—spazi abitati non solo da persone, ma dalla memoria.

Gli oggetti appaiono come testimoni silenziosi:

una borsa piena di saluti,

un ciondolo con dei nomi,

un tappeto di preghiera,

una fotografia arrivata da lontano.

Per chi migra, gli oggetti non sono neutri. Tengono insieme fili—tra passato e presente, assenza e presenza, perdita e continuità.

Perderli è, a volte, perdere una parte di sé.

Ho scelto le mani

Durante la pandemia, i volti sono scomparsi dietro le mascherine.

Le mani no.

Mani che curano, che esaminano, che rassicurano.

Mani che scrivono, attendono, tremano.

Mani che portano vite—e talvolta il loro peso.

Sono state temute come vettori di contagio.

Sono diventate distanza.

Eppure restano ciò che sono sempre state:

il primo strumento della cura.

In questo progetto di fotografia documentaria sul COVID-19, ho scelto di fotografare le mani come si fotograferebbe un volto—cercando espressione, identità, verità.

Perché le mani rivelano ciò che le parole non dicono.

Perché le mani ricordano.

Perché le mani si prendono cura.

Tra documentario e cinema

Il linguaggio visivo del progetto si ispira al cinema.

Gli operatori sanitari appaiono non come figure distanti, ma come protagonisti—complessi, luminosi, talvolta fragili.

Attraverso composizioni stratificate—gesti, spazi, frammenti di vita—il lavoro rifiuta la semplificazione. Insiste sulla complessità umana.

Verso uno sguardo inclusivo

Questo progetto interroga il nostro modo di guardare—e di attribuire valore.

Una persona può essere ridotta a una funzione, a un ruolo?

O possiamo riconoscere ciò che eccede:

storie, legami, fragilità invisibili, forze silenziose?

Guardare diversamente è già un primo cambiamento.

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