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Più volte, nella mia vita e in quella di altrə, ho sentito questa frase: “Senza mia madre non ce l’avrei fatta.” È una frase semplice, quasi banale. Eppure contiene molto: sopravvivenza, amore, conflitto, dipendenza, forza. Non è una frase universale. Non tuttə possono dirla, o averla pensata — e vale anche il contrario. La relazione con la madre non è mai scontata. Come non lo è l’amore incondizionato che, a volte, incarna. Ho attraversato momenti difficili con mia figlia, segnati da una fobia scolastica che ha messo entrambe alla prova. Ci sono stati conflitti, incomprensioni, silenzi. Ma anche alleanze, lacrime condivise, resistenza. Non ci siamo mai arrese. E non ci arrenderemo. Un giorno mi ha detto: “Non ce l’avrei fatta senza di te.” E anch’io, in un altro momento della mia vita — durante un divorzio difficile, quando tutto poteva crollare — ho pensato: se non ci fosse stata mia madre, non so cosa ne sarebbe stato di me. Questa esperienza ritorna. Ma non per tuttə. Nella seconda parte de La camera chiara, Roland Barthes scrive della madre come presenza assoluta, intima, irrappresentabile eppure centrale nell’immagine fotografica — una madre con cui ha scelto di vivere per tutta la vita, perché con lei stava bene. Allo stesso tempo, la psicoanalisi ha sottolineato la necessità della separazione, in particolare dalla madre, spesso considerata origine di conflitti, dipendenze o fragilità. Come possiamo oggi riattraversare questi saperi senza negarli, ma senza subirli? L’attaccamento alla madre è davvero nocivo? Essenziale? Per chi? Quando? In che condizioni? Possiamo reinventarlo? Guardarlo diversamente?

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